Nato nel 1957 a Roma ove risiede e lavora. Di professione medico ospedaliero,
da tempo si dedica con passione al disegno ed alla pittura preferendo il genere figurativo.
Vera Santarelli è nata a Camerino dove tutt'ora vive e lavora.
Ha compiuto la sua formazione artistica all'Accademia Belle Arti di Macerata sotto la guida di Remo Brindisi.
Negli anni settanta ha avuto esperienze di scenografie teatrali creando bozzetti per opere liriche.
Si è distinta in varie mostre personali e collettive sia in Italia che all'estero
Questa sua nuova mostra è un segno di straordinaria maturità, i pochi oggetti che segnano le due stanze della Galleria si fingono indicatori di un percorso ma, nella neutrale e assoluta autoreferenzialità, cancellano il sistema di rapporti cui pur alludono. Ogni quadro di Franco Longo chiede tutto lo spazio per sé, piccola -imprecisa- enciclopedia che unisce la linea dell'inferno e quella della salvezza. Come leggere questi quadri che tendono alla soppressione dell'immagine, esaltandola fino alla contaminazione con graffi materici, schegge, dolorose ferite? Bisogna partire dallo sfondo, è esso lo schermo da cui ha origine l'immagine e nella quale chiede di finire sciogliendosi, addormentandosi nello scomporre i propri elementi e scandirne il suono. Longo è attratto dal surrealismo, il liquido misterioso che circonda la figura ed evocandola ne nasconde il volto, quel vibrare violento, l'inconsistente terrore, un perturbante addolcito nel suo contrario e si nasconde nella pace delle forme. Il surrealismo è il reale che sprofonda, e morde, avvicinando maschere come se non gli appartenessero e quelle maschere chiama con nomi che ubbidiscono a spostamenti inattesi e salvifici. Il surrealismo spinge sulla pietrosa riva dell'arte nuove e inattese nominazioni delle cose, le scambia nel limite di un gioco e, allontanando i nomi dalla pretesa di essere oltre la loro voce, precipita gli oggetti in una vertigine religiosa e visionaria. Il pittore surrealista è un rabdomante e un indovino. Ha davanti a sé un divino alfabetiere, scambia la "R" di rondine con la "B" di bandiera e inventa il linguaggio profondo che ogni bambino prima di nascere già preme nelle lune della madre e nel sangue, quel linguaggio della metafora permette allo scolaro di scrivere che le bandiere garriscono, e al poeta che la rondine s'apre al vento.
Le rose, il sangue verde delle foglie, l'acqua degli steli, le spine.
Dipingere è cercare le dita della madre e succhiarle,
avidi, bagnarsi di latte le labbra, sporcarsi
gli occhi, guardare
e non vedere, sentire la bianca cecità
del nascere, dipingere è accecare la visione, tornare
leggeri verso la morte
vestita come la ragazza sognata quando l'alba
smuove ferocemente il sonno e ubriaca.
Dipingere è togliersi la pelle, graffiarsi, strapparsi
dalle ossa, vestire con maschere l'ombra, udire
le parole che il muro dipinto
non trattiene, e urla
piano. Dipingere è nascondere le immagini,
chiedere ad esse di tornare,
quando a sera tutto si confonde e pare che niente
possa accadere. Così la tenda più pesante
grava la mano che la tira. Dipingere è l'atto finale
di un sapiente guardare. Come un profeta
chiude gli occhi nel parlare -la visione lo acceca- così
un pittore
quando soave la corda nella sua polvere
lo trascina parla, senza parole, scrive mute figure,
la danza, il dolore che s'alza
tra i corpi costretti su un legno nero fermi,
a rappresentare l'astrazione del suono, il verbum
fatto carne
e colore. Dove finisce la forza
che su una superficie spinge il colore, tela
e legno? E la stessa mano che dipinge, nel quadro
dove si nasconde? Cosa resta
di quella mano, quale traccia, ragionevole ombra, lieve
segnale, il vibrare delle dita
in quale luogo del quadro resiste? La pittura
è l'azione di un corpo che nessuno
registra ma dal luogo dipinto c'è come un riverbero fatuo, qualcosa che ricostruisce
il gesto della mano, lo sguardo, il crudo
affanno della voce. Dove si posa più quel tremore, l'anima del niente
che si forma e dice la figura? I cavalli alti,
rosa e nero, le lance dei soldati
chiusi nelle verdi armature, la ruggine, il volto
coperto da panni
di lino a proteggere il vento e, lontano, oltre il monte, l'uomo crocifisso che il dipinto non contiene
e mostra un temerario cammino, un velo e nel velo
l'acqua
del tormento, la paura, il tremendo
colpo di lancia che il soldato
preme nel sussulto del corpo ora finalmente morto.
Berto Giorgio
Venezia
Giorgio Berto, classe 1937 titolare del negozio Oreficeria Dogale assieme ai figli
lavora l'oro fin dal 1950, già a 13 anni si inserì con passione ad imparare l'arte orafa nei laboratori della città i quali creavano importantissimi gioielli per conto dei migliori negozi di Venezia, imparò prestissimo l'arte dell'incassatura e dell' incisione, elementi essenziali per la creazione in toto di Moretti e altri meravigliosi gioielli.
Nei primissimi anni 60 ecco l'apertura dell' Oreficeria Dogale un piccolo ma "prezioso" negozio, a continuare
la tradizione del gioiello veneziano fatto a mano.
Ogni singolo gioiello e' frutto di un disegno e di un progetto che portano alla realizzazione di un pezzo davvero unico.
La cura e l'attenzione che l' artigiano mette nel proprio lavoro rende il risultato assai diverso da ciò che si ottiene nelle lavorazioni di fabbrica.
Io disegno ciò che percepisco come momento estatico tra la mia anima e l’anima delle cose .
Non mi interessa la mimesi in se di un corpo ,un viso , un fiore in se ma il dinamismo della sua vita, l’albeggiare dei suoi sensi ,il correre delle sue molecole , il liquefarsi del suo etereo , il suo incontro solare.
La riflessione di questo contatto è l’essenza della mia Arte :la metamorfosi continua della materia e dell’energia , del loro apparente caos,dal suo virtuale al suo progetto vita.
Il virgulto tecnico è l’osannare questa empatia e comunicarla a chi sa convibrare l’elain vital.
L’informale dei sensi diventa il medium spirituale alla carnalità della forma.
Zeusi lascia il segno dell’amore per la sua Dea.
Il disegno si rivela il trabeante dell’azione,il sapere nel piacere .
Dopo la tensione è l’arrivo di ogni nomadismo.
Ogni mio disegno nasce dalla intuizione del respiro cosmico dell’infinito , è un’ osmosi con l’energia totale che ci sostanzia e ci fa dire Eccomi.
E’ l’estasi della dinamica dell’azione divina che può passare in un corpo , in un fiore , in un volto, in continua sincronia con i processi dell’universo .
Mentre esisto qui, sono anche le galassie ,il cielo , il mare , il vento................
Mi chiamo Giuseppe Bellucci sono nato a Lanuvio (Rm) e vivo a Roma. Ho 50 anni, sono sposato, ed ho due figli. Sono un autodidatta, non ho mai fatto studi artistici e non ho mai partecipato con i miei quadri a nessuna mostra d?Arte . Nel 1998 ho scoperto, in modo del tutto casuale, di riuscire a tenere un pennello tra le dita e da quel momento è nata in me questa forte passione che esercito per hobby, dipingendo ad Olio su Tela solamente quello che mi suscita sensazioni ed emozioni, anche con Pastelli ad Olio, Disegni a China, Acrilico, Acquarelli e Vignette.
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NOTA BENE
Continuiamo a ricevere richieste d'informazioni relative all'Artista Beatrice Fineschi di Prato. Risponderemmo volentieri se l'interessato ci lasciasse un recapito. :).
Grazie.
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